Le immagini del Grande Carro Trasloco in 3 quadri di Flavio Bonetti evocano gli scenari di Hieronimus Bosch, pullulanti di personaggi, figure, oggetti, azioni che hanno la sembianza e il peso visivo dei simboli. Contemporaneamente, rimandano alla semplice quotidianità, a tutto ciò che vediamo nei mercatini delle cose usate, dove troviamo ammucchiati, sparsi, mescolati tutti i tipi di oggetti: quanto più povero è il mercatino, tanto più interessante la commistione.

Il modo in cui le figure e gli oggetti stanno nello spazio e si pongono in rapporto fra di loro fa scaturire significati immediati: l’affollamento, la quantità, lo spargimento, sono elementi strutturanti che ci parlano di giudizio universale, di deportazione, anche di migrazione. Di grandi fenomeno sociali, dunque, oppure leggendari, in ogni caso altamente simbolici, avvengano essi, o siano avvenuti, sulla terra, o nella mente degli uomini: fenomeni terminali, che indicano momenti di profonda crisi, sia essa di natura storica, economica, culturale, o morale.

Il Grande Carro di Bonetti, organizzato in tre quadri (La città – il fiume; Il mare – il giudizio industriale; Il Grande Carro – paesaggi familiari), ci parla di merci. Che cosa, oggi, è più estremo e terminale delle merci? Che cosa può essere più simbolico? Nulla, crediamo. Le merci che andiamo senza sosta producendo e delle quali ci andiamo drammaticamente circondando, con le quali riempiamo ogni angolo del mondo e del nostro cuore, sono ciò che oggi con più evidenza ed efficacia racconta la condizione esistenziale contemporanea.

Nei tre quadri troviamo oggetti di ogni tipo, specialmente piccole cose inutili, “minutaglie”, dice l’autore, quelle che stanno sui mobili, in fondo ai cassetti, oppure sono destinate ai portachiavi, quelle che scegliamo per fare piccoli regali o che riceviamo, e anche quelle che tipicamente troviamo unite ai prodotti in forma di “omaggi”. Merci aggiunte alle merci, merci “in più”, al quadrato, al cubo. Oggetti inutili. Piccole cose che però spesso hanno la forza di trasformarsi in oggetti d’affezione, ridiventando allora drammaticamente utili, a palese dimostrazione che le merci sono anche potenti simboli del nostro vivere.

In un suo breve scritto, Flavio Bonetti cita una frase di Walter Benjamin: “la moda è il rito con cui le merci chiedono di essere adorate”. Bonetti fa della ritualità e della ripetitività (della serialità, si può dire) che la caratterizza un “motivo” preciso di lavoro, su cui costruire i suoi tre quadri. Essi evocano dunque gli scenari di Bosch per più motivi: perché presentano mescolati ma ordinati in una composizione chiaramente progettata una moltitudine di elementi; perché questi elementi appartengono a mondi diversi (cibi, animali, strumenti, macchine, vegetali, figure umane, raffigurazioni, scritture); perché questi elementi sono animati e come “teleguidati” da una forza che sembra agire in base agli imperativi di un rito; perché, infine, essi sono per certi aspetti misteriosi. Dunque una sorta di strana e irregolare religiosità, interrogativa e critica, circola in queste immagini, come in quelle di Bosch. Le scene presentano situazioni “finali” (riconducibili all’iconografia del giudizio universale, della grande migrazione, dell’esodo), oltre le quali non sappiamo che cosa troveremo.

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