“Man gave names to all the animals” ricorda Bob Dylan in una sua canzone rimandando alla Bibbia. Dar nome significa, nella cultura occidentale cristiana, dominare, esercitare autorità paterna, possedere, decidere il destino. L’uomo dota gli animali di nome in quanto diversi e inferiori, e decide della loro vita, della loro eventuale utilità, e della loro morte.

Ma al di là del dominio fisico – che ha luogo anche tra animale e animale – un modo ancor più significativo e ben più complesso attraverso il quale l’uomo tende a prendere possesso degli animali, come di ogni altra cosa del mondo, che essa appartenga al dominio della natura o a quello della cultura, è l’attività di classificazione, che si unisce immediatamente a quella di conservazione e di museificazione: esse sono state e sono strumenti di istituzionalizzazione della attitudine umana a dominare il mondo.

Un libro importante di Georges Perec dal titolo Pensare/classificare presenta in modo critico e sottilmente ironico il problema pressoché irrisolvibile per la mente umana, di capire il mondo (nel senso etimologico di prendere, possedere – ma anche nel senso di trovare un significato alle cose e all’esistenza stessa) attraverso categorie che possano consentire una sistemazione logica, onnicomprensiva, tranquillizzante, infine.

 

E la scrittura di Perec mette in evidenza passo dopo passo come il lavoro di classificazione altro non sia che una sconcertante opera di finzione da parte dell’uomo, cioè di immaginazione, di costruzione creativa, sempre aperta, incompleta, e sempre discutibile, forte e strutturata, e debolissima.

Storia naturale, questa recente serie di fotografie di Flavio Bonetti, utilizza gli ambienti di un piccolo museo di storia naturale come scenario per un insieme di finzioni che si svolgono a vari livelli. Da un lato la finzione che sempre viene messa in atto da un museo di questo genere attraverso piccole, talvolta ingenue quanto non goffe ma sempre affascinanti messe in scena, allineamenti, composizioni, utilizzo di contenitori, teche, vetrine, spazi. Dall’altro l’individuazione di scene minime che hanno luogo negli ambienti del museo, o di oggetti che stranamente e impropriamente li abitano – la cui presenza ci appare strana e ingiustificata. Dall’altro ancora la finzione che la fotografia stessa mette in atto, anche attraverso rispecchiamenti, sovrapposizioni, e naturalmente tagli e punti di vista.

Così una capra che certamente sa molte cose ci guarda da dentro la fotografia con i suoi occhietti e sembra essere venuta al mondo solo per poter essere fotografata e guardarci. Ma se alziamo gli occhi notiamo che sopra la vetrina stanno posati misteriosamente un fiasco di vino e dei bicchieri.

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